Ci sono percorsi che non hanno bisogno di presentazioni, e altri che invece si svelano solo a chi accetta di rallentare. Questo è uno di quelli. Un anello elegante e sorprendente che parte da Cannobio, in Piemonte, quasi al confine con la Svizzera.
Il percorso costeggia il Lago Maggiore in direzione nord, scavalca il confine per raggiungere Locarno e senza quasi accorgersene, si infila nella valle Vigezzo che rientra in Italia fiancheggiando il percorso della famosa Vigezzina e poi inboccata la Valle Cannobina ci riporta al punto di partenza.
La partenza è dolce, quasi ingannevole. Cannobio al mattino profuma di lago e di brioche, le montagne sembrano ancora addormentate e la strada costeggia l’acqua con quella serenità tipica dei grandi laghi incastonati tra le montagne.
Pedalare verso nord significa lasciarsi accompagnare dal riflesso delle montagne nel Lago Maggiore, attraversando piccoli centri e tratti di strada dove il traffico esiste, sì, ma non disturba mai davvero, perchè la presenza del lago assorbe tutta la nostra attenzione.
Qui la bici trova il suo ritmo naturale: non si forza, si ascolta. L’acqua resta sempre lì, alla destra, come una bussola silenziosa.
L’arrivo a Locarno è uno di quei momenti in cui ti rendi conto di essere entrato in un altro mondo senza un vero confine percepibile. Cambia la lingua, cambia l’ordine delle cose, ma l’atmosfera resta quella di un lago che sa essere mediterraneo e alpino allo stesso tempo.
Una sosta è quasi obbligatoria: un caffè sul lungolago, lo sguardo che corre verso le montagne, e la consapevolezza che il bello deve ancora arrivare.
Poco dopo aver lasciato il lago, la strada sfiora il Castello Visconteo di Locarno. Le sue mura massicce, oggi quasi inghiottite dalla città moderna, presenza discreta ma potente, ricordano che questo è sempre stato un luogo di passaggio e di confine.
Lasciato definitivamente il lago, la strada comincia a salire con garbo. Le Valle Vigezzo non si impone mai.
È una valle fatta di curve morbide, boschi fitti, villaggi sospesi nel tempo e quel silenzio rotto solo dal rumore del treno, infatti a fare compagnia alla pedalata c’è il treno delle Centovalli, comunemente chiamata da tutti Vigezzina.
Presenza costante e quasi ipnotica. Lo si intuisce prima di vederlo, poi
all’improvviso compare: sbuca da una galleria scavata nella roccia,
attraversa viadotti arditi sospesi sopra i boschi, scompare di nuovo nel
ventre della montagna.
È un dialogo silenzioso ma continuo tra rotaia e asfalto, tra chi viaggia seduto e chi avanza a colpi di pedale.Il treno sembra cucire la valle con un filo sottile, ricordando che qui il movimento è sempre stato lento, rispettoso, in armonia con il territorio.
Pedalare con quel rumore lontano, metallico e regolare, rende il
percorso ancora più suggestivo e dà la sensazione di essere parte di una
storia che va avanti da oltre un secolo. Qui la bici diventa mezzo perfetto per leggere il territorio. Ogni chilometro racconta una storia diversa: un ponte, una lago, una casa di pietra. Il treno che corre poco distante sembra ricordarti che la fretta appartiene ad altri.
Nel proseguire della nostra pedalata alla sinistra compare all’improvviso il lago di Palagnedra. È una presenza discreta ma potente: acqua ferma, scura, incastonata tra le montagne, che accompagna la pedalata senza mai rubarle la scena. Lo si intuisce tra le frasce degli alberi più che guardarlo davvero.
Poco dopo si arriva a Camedo, punto di rientro in Italia quando si è ancora pienamente in Val Vigezzo. Qui il confine è concreto ma mai invadente: la dogana svizzero-italiana, il ponte stradale e, poco più in là, la vista suggestiva sul ponte della ferrovia delle Centovalli, che scavalca la valle con un’eleganza quasi irreale.
È uno di quei punti in cui vale la pena rallentare, anche solo per fissare nella memoria l’incrocio perfetto tra strada, rotaia e paesaggio.
Una volta rientrati in Italia, la Val Vigezzo mostra subito il suo lato più intimo. La strada ci gira intorno e si incontra il Santuario della Madonna del Sangue, luogo potente e raccolto, che impone rispetto anche a chi passa solo in bici.
Non serve fermarsi per forza: basta sapere che c’è, sentire che questo è un territorio dove la storia e la devozione hanno lasciato tracce profonde.
Prima di entrare nell’abitato di Santa Maria Maggiore, in località Malesco, si lascia la strada principale per imboccare la ciclabile nella pineta di Rio Secco.
Si percorre la passerella pedonale e il rumore cambia: l’asfalto lascia spazio ai pini, l’aria si fa più fresca e la pedalata diventa improvvisamente silenziosa, quasi sospesa.
È uno di quei tratti che non ti aspetti e che invece restano impressi. La ciclabile conduce al bivio con la SS631 della Valle Cannobina, la porta d’accesso al rientro verso Cannobio.
La strada risale fino al Passo dello Scopello, dove il monumento a Marco Pantani segna simbolicamente lo spartiacque tra fatica e riposo.
Il rientro a Cannobio avviene quasi in punta di piedi. La Valle Cannobina è aspra, selvaggia, autentica. La strada scende seguendo il torrente, incastonata tra pareti verdi e piccoli nuclei abitati che sembrano resistere al tempo più che abitarlo.
È una discesa che non va sprecata: va gustata. Curve, ombra, aria fresca e quella sensazione bellissima di essere lontani da tutto pur essendo a pochi chilometri dal lago.
E poi, all’improvviso, Cannobio riappare. Il lago torna davanti agli occhi, come un vecchio amico che ti aspettava.
Questo non è solo un giro in bici. È un viaggio circolare fatto di confini che si attraversano senza accorgersene, di valli e di un lago che che ti ricordano perché ami pedalare.
Un percorso che non invita a correre ma a godere del paesaggio. E che, una volta chiuso l’anello, lascia addosso quella voglia sottile di rifarlo. Magari più piano ancora.
Scarica qui il file GPX file del percorso su bikemap.net

























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